17 Ottobre 2026
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L’alienazione genitoriale non si abolisce per delibera

Lettera aperta al Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi, dalla parte dei figli che nessuno vuole più vedere

di Mariangela Campus — ricercatrice indipendente e autrice, fondatrice e presidente nazionale di F.L.A.Ge. (Figli Liberi dall’Alienazione Genitoriale) · Oct 16, 2026

 

Ha nove anni e dice: «Papà non mi ha mai voluto bene». Lo dice con calma, guardando un punto oltre la spalla di chi lo ascolta. Poi aggiunge: «È una persona tossica». Nessun bambino di nove anni usa la parola tossica per descrivere suo padre. Qualcuno gliel’ha messa in bocca, una sera dopo l’altra, finché è diventata sua.

Chi lavora accanto alle famiglie conosce questa voce. È la voce di un figlio che non rifiuta un genitore perché quel genitore gli ha fatto del male, ma perché gli è stato insegnato a farlo. Ed è la voce che, da qualche giorno, il massimo organo della psicologia italiana chiede di non nominare più.

Che cosa ha deciso il CNOP

Il 26 settembre, a Udine, il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi ha approvato all’unanimità un documento del proprio Comitato Pari Opportunità sulla cosiddetta «alienazione parentale». Il testo è diventato una lettera aperta, inviata al ministro della Giustizia Carlo Nordio, ai presidenti dei Tribunali per i minorenni, al Consiglio Nazionale Forense e al Dipartimento per le Pari Opportunità.

La lettera porta la firma della presidente del CNOP, Maria Antonietta Gulino, e della coordinatrice del Comitato e segretaria nazionale, Francesca Schir. Si apre con una frase che non lascia margini: in quarant’anni nessuna evidenza avrebbe trasformato l’alienazione parentale in una diagnosi. E fa propria la posizione espressa in Senato dal ministro Nordio il 18 giugno, secondo cui per la cosiddetta alienazione parentale non vi sarebbe «alcuno spazio».

Le richieste sono nette. Fermare le riunificazioni forzate. Videoregistrare i colloqui dei consulenti tecnici con i minori. E, soprattutto, escludere dalla formazione degli psicologi «la PAS e ogni costrutto che vi si richiami», impegnandosi perché nessuna consulenza tecnica o perizia lo sostenga. Il messaggio finale al ministro è racchiuso in una frase: la scienza che gli psicologi rappresentano non riconoscerebbe l’alienazione parentale.

Ho letto quel documento più volte. E provo un disappunto profondo, che non nasce da un’appartenenza di parte, ma dalla responsabilità verso migliaia di genitori e di figli che in questi anni ho ascoltato.

Dove sono d’accordo, e lo dico subito

La PAS, intesa come sindrome, non è una diagnosi. Non compare nel DSM-5-TR né nell’ICD-11. Io stessa, nel mio lavoro, ho scelto deliberatamente di non usare mai la parola sindrome: descrivo condotte osservabili, non etichette cliniche da appiccicare a un bambino.

Sono d’accordo anche su altro. La violenza domestica esiste, ed è troppo spesso sottovalutata nei tribunali. Una madre che protegge i figli da un uomo violento non è una madre alienante, e chiamarla così è un abuso nell’abuso. Le accuse di violenza vanno accertate per prime, prima di qualunque lettura psicologica. La videoregistrazione dei colloqui con i minori è una garanzia di civiltà, e la sostengo senza riserve. E nessun bambino dovrebbe essere trascinato con la forza da un genitore che teme.

Proprio perché condivido tutto questo, non posso accettare il resto.

L’errore: confondere l’etichetta con il fenomeno

Dire che la sindrome non esiste è corretto. Dire che l’alienazione non esiste è un salto logico che nessun dato autorizza.

Il CNOP scrive che in quarant’anni nessuna evidenza ha trasformato l’alienazione in una diagnosi. È vero. Ma nemmeno il bullismo, il gaslighting o il controllo coercitivo sono diagnosi del DSM, eppure nessuno psicologo direbbe che non esistono, né ne vieterebbe lo studio. Un manuale diagnostico classifica i disturbi di una persona. Non è l’inventario di ciò che un adulto può fare a un bambino.

Lo stesso Ministero della Salute, già nel 2020, rispondendo a un’interrogazione parlamentare, scriveva che la PAS non è una sindrome, ma che la comunità scientifica sembrava concorde nel considerare l’alienazione di un genitore come un problema relazionale. Non una malattia del bambino: una dinamica tra adulti che ricade su di lui.

L’Ordine degli Psicologi della Lombardia, nel 2021, era stato ancora più chiaro: indipendentemente dallo statuto scientifico della sindrome, i tentativi di un genitore di strumentalizzare il figlio contro l’altro sono un’esperienza professionale riscontrata ogni giorno, sia dagli psicologi forensi sia da chi fa clinica e psicoterapia.

E l’American Psychological Association, nelle linee guida del 2022 sulle valutazioni per l’affidamento, non ha cancellato il problema: ha scelto di nominarlo come alienating behaviors, comportamenti alienanti, e parent–child contact problems. Negli Stati Uniti, sempre nel 2022, l’AFCC e il Consiglio nazionale dei giudici minorili hanno chiesto di considerare tutte le possibili cause del rifiuto di un figlio: la violenza, certo, ma anche il genitore che manipola il bambino contro l’altro.

La comunità scientifica internazionale, dunque, non dice «non esiste». Dice: non è una sindrome, ma è un comportamento, e va valutato con rigore insieme a tutte le altre ipotesi. È una posizione equilibrata. Quella del CNOP, che vuole escludere «ogni costrutto che vi si richiami», non lo è: impedirebbe persino di studiare e di riconoscere le condotte manipolatorie.

L’alienazione è manipolazione. E la manipolazione è materia della psicologia

Chiamiamo le cose con il loro nome. L’alienazione genitoriale è manipolazione psicologica: un adulto che, con parole, silenzi, premi e ricatti affettivi, orienta la percezione di un bambino contro l’altro genitore. E la manipolazione psicologica non l’ha inventata qualche perito. È uno degli oggetti di studio più antichi e solidi della psicologia.

Ogni studente di psicologia la incontra già agli esami di psicologia sociale. Studia gli esperimenti di Solomon Asch sul conformismo, che mostrano come la pressione di un gruppo possa portare una persona a negare ciò che vede con i propri occhi. Studia Stanley Milgram e l’obbedienza all’autorità. Studia Albert Bandura e l’apprendimento per osservazione: i bambini imparano imitando gli adulti di cui si fidano. Studia Robert Cialdini e Le armi della persuasione, uno dei manuali più adottati nei corsi universitari.

Agli esami di psicologia dello sviluppo incontra John Bowlby e la teoria dell’attaccamento. Per un bambino, perdere il favore della figura da cui dipende è una minaccia alla propria sopravvivenza emotiva. Ecco perché un figlio si allinea: non per malattia, ma per adattamento.

Nei corsi di psicologia clinica e giuridica si studiano la riforma del pensiero descritta da Robert Jay Lifton, il gaslighting analizzato da Robin Stern, il controllo coercitivo teorizzato da Evan Stark, che nel Regno Unito è reato dal 2015. Nessuno di questi fenomeni è una sindrome del DSM. Tutti vengono insegnati, studiati, valutati.

Uno psicoterapeuta riconosce la manipolazione in una setta, in una relazione abusante, nel bullismo, in un ambiente di lavoro tossico. Il CNOP chiede ora agli stessi professionisti di non riconoscerla in un solo luogo: nella relazione tra un genitore e il figlio che usa come arma contro l’altro. È una contraddizione che nessun manuale d’esame autorizza.

L’errore di metodo: la scienza decisa senza gli scienziati della materia

C’è un dettaglio che mi ha colpito più di ogni altro. Nella comunicazione inviata agli iscritti il 16 ottobre, il CNOP annuncia che proseguirà l’approfondimento nel Comitato tecnico di Psicologia giuridica, ammettendo che questo comitato non era stato coinvolto prima.

Lo rileggo e faccio fatica a crederci. Una presa di posizione che chiede di escludere un intero campo di studio dalla formazione e dalle perizie è stata approvata senza coinvolgere il comitato che, nell’Ordine, si occupa di psicologia giuridica. Le critiche e le richieste di chiarimento arrivate dai colleghi, che il CNOP stesso riconosce, ne sono la conseguenza naturale.

Un voto all’unanimità, dunque, ma senza il comitato competente. E c’è un secondo segnale. Nella stessa comunicazione l’obiettivo diventa definire «un perimetro di azione etico» a tutela dei minori e di tutte le persone coinvolte nei procedimenti. Tutte le persone: non più soltanto le donne vittime di violenza, alle quali la lettera di ottobre era interamente dedicata. È un passo avanti che accolgo. Ma rende ancora più evidente quanto la prima presa di posizione fosse parziale.

La scienza non si fa per delibera. Si fa con i dati, con il confronto, con il contraddittorio. Una lettera al ministro della Giustizia che parla in nome della scienza avrebbe dovuto essere preceduta da quel confronto, non seguita.

L’errore di sguardo: l’alienazione non ha un genere

Il documento del CNOP legge l’alienazione quasi esclusivamente come uno strumento usato da padri violenti contro madri protettive. Quei casi esistono, ed è giusto smascherarli. Ma non sono tutta la realtà.

Nell’indagine nazionale che F.L.A.Ge. ha condotto sui genitori che si riconoscono come alienati, il 53% erano madri e il 47% padri. Madri. Donne che hanno perso i figli non per un tribunale distratto, ma per un ex partner capace di convincere un bambino che la mamma non lo amava. Escludere l’alienazione dalle aule di giustizia in nome della tutela delle donne significa lasciare sole anche loro.

Che sia proprio l’Ordine degli Psicologi a voltare le spalle alle tante donne e madri alienate è gravissimo. Sono madri che hanno visto i propri figli guardarle come estranee, a volte come nemiche, dopo mesi di denigrazione sistematica da parte dell’altro genitore. Dire loro che ciò che hanno vissuto non esiste significa negare una forma di violenza. E una violenza negata è una violenza che si ripete, perché nessuno la riconosce, nessuno la nomina, nessuno la ferma. Il Comitato Pari Opportunità, che dovrebbe tutelare tutte le donne, ha scelto di tutelarne solo alcune.

Il CNOP afferma che la letteratura internazionale avrebbe «misurato» l’effetto dell’alienazione: accolta dal giudice, quasi triplicherebbe la probabilità che una madre che ha denunciato violenza perda l’affido. Il riferimento, verosimilmente, è allo studio statunitense di Joan Meier e colleghi. Ma quei risultati sono contestati. Jennifer Harman e Demosthenes Lorandos, analizzando 967 sentenze d’appello, non ne hanno trovato conferma; Meier ha replicato, e il confronto è ancora aperto. È un dibattito scientifico legittimo, non una verità chiusa. Presentarlo al ministro della Giustizia come la voce unanime della letteratura è proprio la semplificazione che l’Ordine rimprovera agli altri.

La letteratura internazionale si sta muovendo in direzione opposta a quella del CNOP. Uno studio pubblicato nel 2025 sul Journal of Family Violence da Sharples, Harman e Lorandos ha esaminato le famiglie coinvolte in casi di alienazione e ha osservato che i genitori riconosciuti come alienanti avevano più spesso accuse di abuso accertate a loro carico rispetto ai genitori alienati, e che questi ultimi erano più spesso destinatari di accuse non provate. Le autrici e gli autori concludono che i comportamenti alienanti fanno parte di un modello di controllo coercitivo. In altre parole: l’alienazione non è l’opposto della violenza. E’ violenza.

Anche la giurisprudenza italiana lo sta riconoscendo. Nel giugno 2026, secondo quanto riportato da Avvenire, la Corte d’appello di Roma, su mandato della Cassazione, ha condannato una madre a risarcire l’ex marito per avergli impedito per anni di essere padre, riconoscendo l’esistenza di condotte genitoriali che violano i diritti dell’altro genitore. E la Cassazione, con la sentenza n. 24876 del 9 settembre 2025, ha ribadito che la bigenitorialità è la regola e che escludere un genitore richiede la prova rigorosa di condotte gravemente pregiudizievoli.

E c’è un giudice che l’Italia non può ignorare: Strasburgo. L’8 ottobre 2026, due giorni dopo la data della lettera del CNOP, la Prima sezione della Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato ancora una volta l’Italia per violazione dell’articolo 8 della Convenzione, il diritto al rispetto della vita familiare (L.Z. e D.Z. c. Italia, ricorso n. 27379/2024). Il ricorso nasceva dalla mancata esecuzione di una decisione che garantiva gli incontri tra un minore e i suoi familiari. La Corte ha rilevato che i giudici italiani non controllano abbastanza l’operato dei servizi sociali e ha invitato l’Italia a istituire un meccanismo di controllo sistematico.

Non è un caso isolato. Nel giugno 2025 Strasburgo ha condannato l’Italia nel caso Apadula, la stessa vicenda in cui la Cassazione aveva definito pseudoscientifico il fondamento della PAS. Per la Corte europea, lo Stato ha violato il diritto del padre alla vita familiare, alle visite e a un processo in tempi ragionevoli, con un risarcimento di 20.000 euro. Prima ancora erano arrivate le condanne nei casi Strumia (2016), Giorgioni (2016) ed Endrizzi (2017): padri a cui un tribunale aveva riconosciuto il diritto di vedere i figli, rimasto lettera morta davanti all’opposizione dell’altro genitore e all’inerzia delle istituzioni.

La stessa Corte, nel 2022, ha condannato l’Italia anche per il caso opposto (I.M. c. Italia): bambini costretti per anni a incontrare un padre accusato di maltrattamenti. È la prova che le due tutele stanno insieme. Strasburgo non chiede di scegliere tra la madre vittima di violenza e il genitore cancellato dalla vita del figlio. Chiede di proteggerli entrambi.

I giudici, insomma, hanno imparato a separare la parola sbagliata dal fatto vero. Non si capisce perché l’Ordine degli Psicologi debba fare il percorso inverso.

Perché ho scritto il mio libro

Ho scritto Alienazione Genitoriale: Comprendere, Riconoscere, Intervenire (MARIX edizioni), pubblicato anche negli Stati Uniti come Parental Alienation: Understanding, Recognizing, Intervening, proprio per uscire da questa trappola.

Nel libro non troverete diagnosi da tribunale né etichette da affibbiare a un bambino. Troverete il Modello RAD, Relational Alienation Dynamics: venti dinamiche relazionali osservabili, dalla svalutazione quotidiana dell’altro genitore fino alla perdita del diritto di amarlo, e cinque configurazioni con cui il figlio si adatta per sopravvivere a un conflitto che non è suo. Troverete le voci dei figli, oggi adulti, che raccontano cosa significa crescere credendo che una parte di sé fosse sbagliata.

Il principio da cui parto è semplice: dove la manipolazione è accertata, la responsabilità è dell’adulto che manipola, mai del bambino e mai del genitore che la subisce. E la manipolazione psicologica di un figlio contro l’altro genitore non è «conflittualità di coppia». È un abuso sul minore.

Ma proprio perché è un abuso, va accertata con prove, con attenzione alle spiegazioni alternative, con la violenza domestica sempre esclusa per prima. Un figlio che rifiuta un genitore non è automaticamente un figlio manipolato. Un figlio manipolato, però, non smette di esserlo solo perché una delibera ha deciso che la parola per descriverlo non va più usata.

Che cosa chiedo

Al Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi chiedo tre cose.

La prima: distinguere pubblicamente la PAS come sindrome, che nessuna classificazione diagnostica riconosce, dai comportamenti alienanti, che la psicologia internazionale studia e valuta.

La seconda: aprire il lavoro del Comitato tecnico di Psicologia giuridica a chi studia questo fenomeno, alle società scientifiche, alle associazioni di genitori alienati, madri e padri, e ai figli adulti che lo hanno vissuto.

La terza: non chiedere al ministro della Giustizia di chiudere gli occhi su una forma di sofferenza infantile in nome della lotta, giusta e necessaria, contro un’altra. Le due tutele non sono in competizione. Un sistema che protegge davvero i bambini deve saper riconoscere sia il padre violento sia il genitore, madre o padre, che usa il figlio come un’arma.

Quel bambino di nove anni che dice «è una persona tossica» non ha bisogno che gli adulti vincano una battaglia ideologica. Ha bisogno che qualcuno, un giorno, gli restituisca il diritto di voler bene a entrambi i suoi genitori.

La scienza che io conosco non gli volta le spalle.

 

Mariangela Campus è ricercatrice indipendente e autrice, fondatrice e presidente nazionale di F.L.A.Ge. – Figli Liberi dall’Alienazione Genitoriale. È autrice di Alienazione Genitoriale: Comprendere, Riconoscere, Intervenire (MARIX edizioni) e del Modello RAD. mariangelacampus.com

Fonti

•      CNOP, «Il CNOP ti informa | 16/10/2026» (comunicazione agli iscritti), ripresa da ordinepsicologiumbria.it

•      Lettera aperta CNOP al ministro Nordio, ottobre 2026: resoconti su Il Sole 24 Ore (Alley Oop, 10/10/2026), Il Dubbio (11/10/2026), Sanità33 e Nurse Times (12/10/2026)

•      Ministero della Salute, risposta alla Sen. Valeria Valente, 29 maggio 2020

•      Ordine degli Psicologi della Lombardia, presa di posizione sulla PAS, giugno 2021

•      American Psychological Association (2022), Guidelines for Child Custody Evaluations in Family Law Proceedings

•      AFCC e NCJFCJ (2022), dichiarazione congiunta sui parent-child contact problems

•      Sharples, A. E., Harman, J. J., & Lorandos, D. (2025), Findings of Abuse in Families Affected by Parental Alienation, Journal of Family Violence, 40, 225–235

•      Corte d’appello di Roma, giugno 2026 (Avvenire, 24/06/2026)

•      Corte di Cassazione, sentenza n. 24876 del 9 settembre 2025

•      F.L.A.Ge., indagine nazionale sui genitori alienati (Zenodo, DOI 10.5281/zenodo.20934526)

•      CNOP, post Facebook del 9 ottobre 2026 (testo della lettera aperta a Nordio) e del 16 ottobre 2026

•      Harman, J. J., & Lorandos, D. (2020), Allegations of Family Violence in Court: How Parental Alienation Affects Judicial Outcomes, Psychology, Public Policy, and Law

•      Meier, J. S., et al. (2022), The Trouble with Harman and Lorandos’ Parental Alienation Allegations in Family Court Study, Journal of Family Trauma, Child Custody & Child Development, 19(3-4)

•      Corte EDU, Prima sezione, L.Z. e D.Z. c. Italia, ric. n. 27379/2024, sentenza dell’8 ottobre 2026 (NT+ Diritto, Il Sole 24 Ore, 16/10/2026)

•      Corte EDU, Apadula c. Italia, giugno 2025 (Il Fatto Quotidiano, 03/06/2025)

•      Corte EDU, Strumia c. Italia (23 giugno 2016); Giorgioni c. Italia (15 settembre 2016); Endrizzi c. Italia (23 marzo 2017); I.M. e altri c. Italia, ric. n. 25426/2020 (10 novembre 2022)

•      Asch, S. E. (1956), Studies of independence and conformity, Psychological Monographs, 70(9)

•      Milgram, S. (1974), Obedience to Authority

•      Bandura, A. (1977), Social Learning Theory

•      Bowlby, J. (1969), Attachment and Loss, vol. 1

•      Cialdini, R. B., Le armi della persuasione, Giunti

•      Lifton, R. J. (1961), Thought Reform and the Psychology of Totalism

•      Stern, R. (2007), The Gaslight Effect

•      Stark, E. (2007), Coercive Control: How Men Entrap Women in Personal Life; Serious Crime Act 2015, s. 76 (Inghilterra e Galles)

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