Il servizio televisivo sulla sicurezza a Cagliari scatena la polemica. Sotto accusa non soltanto il lavoro della troupe, ma anche la credibilità di chi segnala i problemi del territorio. La posizione dell’editore di Cagliari Live Magazine.
Cagliari – Esiste una differenza sostanziale tra esercitare il diritto di critica nei confronti di una trasmissione televisiva e accusare pubblicamente dei giornalisti di manipolare la realtà, provocare deliberatamente le persone e costruire artificialmente situazioni di paura. Una differenza che merita di essere evidenziata dopo la pubblicazione, il 14 ottobre, di un articolo sul blog Cagliari Capitale, firmato da Massimiliano Piga e intitolato «Fuori dal coro non fa giornalismo: organizza la paura».
Un titolo che rappresenta già di per sé una precisa accusa nei confronti della trasmissione condotta da Mario Giordano.
Ma è soprattutto il contenuto dell’articolo a sollevare interrogativi sulla correttezza delle affermazioni formulate e sul confine tra opinione personale e attribuzione di comportamenti che, se realmente accertati, configurerebbero gravi violazioni dei principi dell’informazione.
Piga sostiene che la troupe televisiva sarebbe arrivata a Cagliari con l’intenzione di individuare una persona vulnerabile, provocarla fino a ottenere una reazione e utilizzare successivamente le immagini per rappresentare la città come un territorio invaso dagli stranieri.
Non si tratta di una semplice critica al taglio editoriale di un servizio. È un’accusa precisa, che attribuisce ai giornalisti un comportamento deliberato e professionalmente scorretto.
La domanda, a questo punto, è inevitabile: quali elementi possiede Piga per sostenere una ricostruzione tanto grave? Ha assistito personalmente alle riprese? È a conoscenza di circostanze non mostrate dalla trasmissione? Dispone di testimonianze, registrazioni integrali o altri riscontri capaci di dimostrare che l’inviato abbia intenzionalmente provocato la reazione ripresa dalle telecamere?
Nell’articolo pubblicato non vengono presentati elementi che consentano di verificare questa ricostruzione. E questo, dal punto di vista di chi esercita professionalmente un’attività editoriale, non è affatto un dettaglio secondario.
Contestare un servizio televisivo è legittimo. Sostenere che un giornalista abbia costruito deliberatamente una situazione per manipolare l’opinione pubblica richiede invece riscontri adeguati alla gravità dell’accusa.
Altrimenti il rischio è quello di compiere proprio ciò che si rimprovera agli altri: presentare una propria interpretazione come se fosse un fatto accertato.
Da editore di Cagliari Live Magazine, Cagliari Live TV e Mediapress24, ritengo necessario intervenire su questo aspetto.
Non per difendere Mario Giordano, una trasmissione televisiva o una particolare linea editoriale, ma per contestare un metodo che considero profondamente discutibile.
La credibilità di un giornalista può e deve essere sottoposta a verifica. Ma non può essere messa in discussione attraverso la semplice attribuzione di intenzioni scorrette, senza fornire ai lettori elementi concreti che permettano di valutarle.
Piga arriva a definire il servizio una forma di costruzione del nemico e utilizza l’espressione «vigliaccheria televisiva».
Anche in questo caso siamo di fronte a giudizi estremamente severi, che presuppongono una volontà di manipolazione da parte degli autori del programma.
Ma una cosa è dimostrare che un servizio abbia omesso informazioni decisive, alterato il contesto o rappresentato in maniera ingannevole un episodio. Altra cosa è presumere che lo abbia fatto intenzionalmente, senza documentarlo.
Se Piga ritiene che il giornalista abbia provocato la persona ripresa, dovrebbe chiarire su quali elementi fondi questa convinzione.
Se sostiene che il montaggio abbia falsato la realtà, dovrebbe indicare quali circostanze siano state alterate o omesse. Se accusa la trasmissione di avere costruito una rappresentazione ingannevole di Cagliari, dovrebbe confrontare le immagini diffuse con fatti verificabili.
Senza questo passaggio, la critica rimane un’opinione, per quanto espressa con toni categorici.
Ancora più discutibile appare il trattamento riservato ad Adolfo Costa, presidente del comitato di Quartiere Cagliari Stampace, intervenuto nel servizio televisivo per rappresentare le problematiche segnalate nel quartiere.
Piga non si limita a contestare le sue dichiarazioni. Gli attribuisce motivazioni personali, sostenendo che la partecipazione alla trasmissione sarebbe legata alla frustrazione per una mancata elezione in consiglio comunale e alla ricerca di visibilità e rivalsa politica.
Si tratta di affermazioni che colpiscono direttamente la credibilità personale di Costa, spostando l’attenzione dal contenuto delle sue denunce alle presunte ragioni psicologiche e politiche che lo avrebbero indotto a parlare.
Anche qui la domanda è semplice: come può Piga conoscere le reali motivazioni personali di Costa? Quali fatti dimostrerebbero che le segnalazioni sul degrado di Stampace siano utilizzate per compensare una “presunta delusione elettorale”?
Un’eventuale candidatura non costituisce una prova di strumentalizzazione. E soprattutto non rende meno legittimo il diritto di un cittadino di denunciare ciò che ritiene non funzionare nel proprio quartiere.
Il dato più singolare è che lo stesso Piga riconosce esplicitamente l’esistenza dei problemi di Stampace.
Dunque, da una parte ammette che le criticità siano reali, dall’altra delegittima chi sceglie di denunciarle pubblicamente, attribuendogli interessi personali non dimostrati.
È una contraddizione sulla quale sarebbe opportuno riflettere.
Perché, seguendo questa impostazione, il cittadino che denuncia il degrado rischia di essere giudicato non per la veridicità delle proprie affermazioni, ma per il suo passato, per le sue eventuali aspirazioni politiche o per le intenzioni che altri decidono di attribuirgli.
E questo rappresenta un precedente culturale che considero preoccupante.
I comitati di quartiere, le associazioni e i singoli cittadini hanno pieno diritto di rivolgersi alla stampa, alle televisioni e alle istituzioni per segnalare problemi.
Le loro dichiarazioni devono essere verificate e possono essere contestate, ma non per questo chi le pronuncia deve diventare automaticamente bersaglio di valutazioni personali.
Un ulteriore passaggio dell’articolo merita particolare attenzione. Piga prende di mira anche Silvia Sardone, contestando l’espressione «Cagliari violentata» e accompagnando la critica con una considerazione sarcastica sulla presunta scarsa conoscenza della città da parte dell’esponente politica, che, secondo lui, probabilmente saprebbe individuarla soltanto dopo aver consultato Google Maps.
Anche in questo caso, anziché concentrarsi esclusivamente sul contenuto dell’affermazione, l’autore sceglie di colpire la persona che l’ha pronunciata, attribuendole una sostanziale ignoranza della realtà cagliaritana senza fornire alcun elemento a sostegno di questa supposizione.
L’espressione «Cagliari violentata» è indubbiamente forte e può essere considerata eccessiva, provocatoria o discutibile. Ma il linguaggio utilizzato da un esponente politico non può diventare un pretesto per eludere il problema al quale intende riferirsi.
Se Sardone ha descritto una situazione inesistente, sarebbe opportuno dimostrarlo. Se ha esagerato la portata di determinati episodi, sarebbe corretto contestarne la rappresentazione attraverso dati e circostanze verificabili. Ma insinuare che non conosca neppure la posizione geografica di Cagliari non costituisce una confutazione delle sue dichiarazioni.
Ancora più significativo è il passaggio nel quale Piga sostiene che la città venga utilizzata e trasformata in uno scenario funzionale alla politica della paura.
Un’affermazione che attribuisce a Sardone una precisa finalità politica, ma che non dimostra affatto l’inesistenza delle situazioni denunciate.
Da editore, trovo particolarmente discutibile questo modo di affrontare il confronto pubblico. Prima vengono chiamati in causa i giornalisti, accusati di costruire artificialmente situazioni di tensione. Poi un rappresentante dei residenti, al quale vengono attribuite motivazioni di rivalsa personale. Infine un’esponente politica, liquidata attraverso il sarcasmo e accusata di utilizzare la città per ottenere visibilità.
Tre soggetti diversi, un elemento comune: la contestazione si concentra ripetutamente sulle presunte intenzioni delle persone, anziché sulla verifica puntuale dei fatti che queste hanno portato all’attenzione pubblica.
Eppure la questione dovrebbe essere molto più semplice.
Le situazioni denunciate esistono oppure no? Le immagini diffuse corrispondono a episodi realmente accaduti? Le segnalazioni dei residenti trovano riscontro? Sono queste le domande alle quali un’analisi rigorosa dovrebbe cercare di rispondere.
Perché Cagliari non appartiene a una parte politica, a un giornalista, a un comitato o a un blogger. È una città i cui problemi possono essere denunciati da chiunque, indipendentemente dalla provenienza geografica, dall’orientamento politico o dalla maggiore o minore simpatia che suscita nell’interlocutore.
E se il linguaggio di Sardone può essere legittimamente contestato per la sua durezza, il sarcasmo di Piga non può essere scambiato per una dimostrazione della falsità di ciò che viene denunciato.
La critica politica è legittima. La contestazione dei fatti è necessaria. Ma screditare chi parla, anziché verificare ciò che dice, non contribuisce a chiarire la realtà di Cagliari. Rischia soltanto di spostare il dibattito dai problemi alle persone.
C’è poi un altro passaggio che merita attenzione. Piga riconosce che il centro di accoglienza di Monastir presenta problemi reali, richiamando il sovraffollamento, le difficoltà nella gestione e l’insufficienza del personale.
Eppure accusa la trasmissione di utilizzare quelle stesse criticità per costruire una narrazione fondata sulla paura. Il problema, ancora una volta, è la mancanza di una dimostrazione del passaggio dall’esposizione dei fatti alla loro presunta manipolazione.
Che Monastir presenti criticità è riconosciuto dallo stesso Piga.
Che la responsabilità della gestione ricada sulle istituzioni competenti è una questione che merita approfondimento. Ma da queste premesse non deriva automaticamente che chi realizza un servizio giornalistico sulla vicenda stia perseguendo un progetto di disinformazione.
È necessario dimostrarlo, non limitarsi ad affermarlo.
Da editore, considero particolarmente delicata questa distinzione. Chi pubblica un’informazione assume una responsabilità nei confronti dei lettori, delle persone citate e dell’opinione pubblica. Una responsabilità che non scompare quando si sceglie il registro della polemica o si pubblica un articolo su un blog personale.
La libertà di espressione tutela anche le opinioni più dure, ma non rende automaticamente fondate le accuse che le accompagnano.
E il diritto di critica, proprio perché prezioso, dovrebbe essere esercitato distinguendo accuratamente i fatti dalle valutazioni soggettive.
Qui non è in discussione il diritto di Piga di non condividere il giornalismo di Mario Giordano.
Può contestarne i contenuti, il linguaggio, le scelte editoriali e perfino esprimere un giudizio radicalmente negativo sulla trasmissione.
Quello che contesto è il tentativo di trasformare una valutazione personale in una ricostruzione delle intenzioni e dei comportamenti altrui, senza mettere a disposizione dei lettori le prove necessarie per sostenerla.
Contesto inoltre il ricorso a considerazioni personali nei confronti di chi, indipendentemente dalle proprie opinioni politiche, ha deciso di rendere pubbliche le difficoltà vissute nel territorio.
Non è accusando un presidente di comitato di cercare una rivalsa elettorale che si dimostra l’inesistenza del degrado. E non è definendo una trasmissione un «reality dell’odio» che si prova l’eventuale manipolazione di un servizio.
Le parole hanno un peso, soprattutto quando investono la reputazione e la credibilità delle persone.
Chi denuncia un presunto comportamento scorretto da parte di un giornalista dovrebbe essere il primo a rispettare il principio della verifica, anziché affidarsi ad affermazioni che non risultano accompagnate da riscontri documentali.
Non chiedo a Piga di condividere la linea editoriale di Fuori dal coro, né di rinunciare alle proprie opinioni. Chiedo, attraverso questa replica pubblica, che le accuse vengano sostenute da fatti verificabili e che il confronto torni sul terreno dei contenuti.
Se esistono prove che la troupe abbia deliberatamente provocato una persona vulnerabile, che il montaggio abbia alterato gli avvenimenti o che siano state costruite situazioni inesistenti, sarebbe importante renderle note. Sarebbe un contributo concreto alla trasparenza dell’informazione.
Se invece queste prove non ci sono, ritengo che sia doveroso riconoscere la differenza tra un giudizio personale e un’accusa sostenuta da elementi oggettivi.
Perché la libertà di stampa non si difende soltanto quando un giornalista racconta ciò che condividiamo. Si difende anche quando il suo lavoro non ci piace, esercitando una critica rigorosa e documentata.
E soprattutto, il diritto dei cittadini di denunciare situazioni di disagio non può essere subordinato al gradimento politico o personale di chi ascolta.
Come editore, non considero accettabile che il confronto su un servizio televisivo si trasformi in una delegittimazione della professionalità dei giornalisti e della buona fede dei cittadini attraverso accuse delle quali non vengono offerti adeguati riscontri.
Piga ha tutto il diritto di contestare il giornalismo di Mario Giordano. Ma chi accusa altri di manipolare la realtà dovrebbe, per primo, dimostrare di non stare sostituendo ai fatti le proprie convinzioni.
È questa la differenza tra una critica argomentata e un’accusa che pretende di essere creduta sulla parola.
Salvatore Garau
Editore di Cagliari Live Magazine, Cagliari Live TV e Mediapress24
